L’enigma di Arturo

Arturo-Boote-CarroPuò sembrare il titolo di un romanzo, ma “l’enigma di Arturo” (o “problema del Boote”) è un vero rebus,  se non proprio un test, che, senza mezzi termini, la letteratura antica pone a noi moderni, ancora senza risposta.

UN REBUS ANTICHISSIMO
L’enigma ha origini remote: lo introduce infatti già il primo autore occidentale, Omero. Nel Quinto Libro dell’Odissea scrive che Ulisse, per tornare a Itaca navigando, doveva basarsi sulla posizione delle stelle, tra le quali anche la costellazione di “Boote che tardi tramonta” (Boote è la vasta costellazione la cui stella principale è Arturo).

Per Omero, quindi, Boote è “tardo a tramontare”, ma il significato di ciò nessun commentatore moderno (da 600 anni in qua: da quando sono iniziati i moderni studi classici ) è in grado di spiegarlo: nessuno sa cosa significhi. Non sembra esserci insomma nessun motivo per attribuire proprio a quella costellazione questo strano comportamento.

ERA “OVVIO” PER GLI ANTICHI
Eppure i riferimenti alla “lentezza” di Boote e della sua stella Arturo sono disseminati in tutta la letteratura antica rendendo chiaro che la questione era ovvia ed esplicita in quei tempi.
Il tema era così comune che Marziale può addirittura prendere in giro un personaggio che è arrivato tardi dicendo: “com’è che arrivi tanto lentamente, forse ti conducono i tardi carri del placido Boote?” (Cioè: solo se era il lento Boote a guidare, potevi arrivare così tardi!)

Ugo Foscolo, coltissimo in fatto di classici, parlando di Boote affermò testualmente che: «Tutti i poeti dopo Omero concorrono nel nome di tardo».

> L’articolo L’enigma di “Boote che tardi tramonta” su Coelum 248 <

ANCORA SENZA RISPOSTA
Gli studiosi e i commentatori moderni si sono naturalmente prodigati in innumerevoli spiegazioni sul significato di questa universale attribuzione (lo stesso Foscolo propose la sua, contestando quella data da un altro classicista). Questo è logico:  una frase oscura in Omero è difficilmente tollerabile da parte degli studiosi, e lo è ancor di meno se, dopo Omero, una quantità di altri autori la ribadiscono: non è un “apax”, non è una mancanza che si può “nascondere sotto al tappeto”…
Purtroppo nessuna delle spiegazioni date finora appare esente da gravi fallacie…

LA “SFIDA” DI BOEZIO
A peggiore le cose, fino a livelli inconcepibili, è il filosofo antico Severino Boezio. Egli, ultimo esponente della cultura pagana occidentale (successivamente convertito al Cristianesimo), autore di opere fondamentali come la Consolazione delle Filosofia, scritta in carcere, non si limita a citare semplicemente il fatto che “Boote tramonta tardi”. Fa ben di più! Dice che:

Chi non sa perchè Boote tramonta tardi… è destinato a stupirsi delle leggi dell’alto cielo“,

che è una formula aulica e molto delicata per dire… “è un somaro”!
L’aspetto più significativo è che Boezio, dopo aver posto questo test per distinguere tra filosofi e ignoranti, non si preoccupa minimamente di spiegarci perchè Boote è tardo a tramontare. Evidentemente voleva essere sicuro che nessuno, leggendo la spiegazione, potesse dire fastidiosamente “Eh, ma io lo sapevo!…”

L’enigma nasce quindi con Omero, si protrae per tutta la Classicità, e viene poi formulato sotto forma di “test d’ammissione” da Boezio.

La situazione per noi posteri non è rosea… Non solo ignoriamo cosa rispondere a Boezio (che chiedeva perchè Boote tramonta tardi), ma addirittura i commentatori moderni e gli esegeti dei classici non sanno nemmeno cosa significhi che “tramonta tardi”! (Un po’ come se ti chiedessero perchè il logaritmo di uno è minore di uno e tu non sapessi nemmeno cosa sia il logaritmo…)

Quello che appare evidente una volta di più è che non è possibile studiare i classici senza conoscere l’astronomia; non si può sperare di comprendere appieno la cultura antica se non si conosce il cielo (come apparirà della massima evidenza dalla soluzione all’enigma, di prossima pubblicazione).

[ Paolo Colona ]

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Riferimenti bibliografici
• OMERO

αὐτὰρ ὁ πηδαλίῳ ἰθύνετο τεχνηέντως
ἥμενος· οὐδέ οἱ ὕπνος ἐπὶ βλεφάροισιν ἔπιπτε
Πληϊάδας τ’ ἐσορῶντι καὶ ὀψὲ δύοντα Βοώτην
Ἄρκτον θ’, ἣν καὶ ἄμαξαν ἐπίκλησιν καλέουσιν,
ἥ τ’ αὐτοῦ στρέφεται καί τ’ Ὠρίωνα δοκεύει,
οἴη δ’ ἄμμορός ἐστι λοετρῶν Ὠκεανοῖο·
τὴν γὰρ δή μιν ἄνωγε Καλυψώ, δῖα θεάων,
ποντοπορευέμεναι ἐπ’ ἀριστερὰ χειρὸς ἔχοντα.1
Egli dunque col timone guidava destramente,
seduto: nè il sonno gli cadeva sugli occhi
guardando le Pleiadi, Boote che tardi tramonta,
e l’Orsa che chiamano anche col nome di carro,
che ruota in un punto e spia Orione:
è la sola esclusa dai lavacri di Oceano,
che Ulisse, navigando, a manca
lasciar dovea, come la Diva ingiunse.2
1 Testo greco da Allen, T.W., Oxford, Clarendon Press, 1925.
2 Odissea, V, 270-277, nella traduzione di Ippolito Pindemonte.

• MARZIALE

Placidi numquid te pigra Bootae / plaustra vehunt, lento quod nimis igne venis?1.
com’è che arrivi tanto lentamente, forse ti conducono i tardi plaustri del placido Boote?
Marziale, Epigrammi, VIII, 21, 3.

• BOEZIO

Si quis Arcturi sidera nescit
Propinqua summo cardine labi,
Cur regat tardus plaustra Bootes
Mergatque seras aequore flammas,
Cum nimis celeres explicet ortus,
Legem stupebit aetheris alti.

Se qualcuno non sa che le stelle di Arturo
Tramontano vicine al cardine sommo
perché il Boote conduca lentamente i
Carri e immerga tarde fiamme nell’acqua
Mentre invece sorge velocissimo
Si stupirebbe delle leggi dell’alto cielo

Boezio, De Consolatione Philosophiae, Libro IV, 5, 1-6

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